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Circuito regionale delle sale cinematografiche di qualità

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testata 2

La glocalizzazione è un piatto che si serve freddo?

Nagisa Oshima esce di scena.
Ricolloco il suo cinema in una giovinezza anni ‘80
che non prevede per me nulla di più “esotico”.
Il desiderio osceno di una visione uncut de
“L’impero dei sensi”, il bacio ralenti di Bowie/Sakamoto che si
scioglie in liquidi forbidden colours, Charlotte Rampling e Max la
scimmia amata in uno scherzo d’autore che non teme il ridicolo:
nonostante queste presenze vigili di un occidente lucido e leccato
(Bowie e Rampling su tutti), tutto mi appare irrimediabilmente “altro” e
“lontano”, ancora una volta “esotico”. Japan è per me il nome di una band
con un suono ovattato ed elegante, di cui amo pose e attitudine, più che
un punto geografico nel mondo. Però c’è Mishima e i suoi libri e Paul
Schrader (di lui mi fido ciecamente) che decide di raccontare questa
storia tragica e controversa in un film straordinario dopo aver redatto
preziosi e profondi saggi su di un signore di nome Yasujiro Ozu.
E poi tutto il cinema di genere che tanto amo che d’improvviso rifulge di
nuova luce, reinventato dalle menti creative di questa gente della quale
cerco di memorizzare a fatica i nomi: Kiyoshi Kurosawa, Tsui Hark,
Bong Joon-Ho…
E ancora il circo dei festival che mi introduce (non senza una mia iniziale diffidenza) a figure e
geometrie visive astratte e meravigliose, ad autori che mi mostrano uno spettacolo al quale non
pensavo di poter assistere. Scenari d’ Oriente ricostruiti sempre più spesso con capitali occidentali
(francesi soprattutto), e destinati al consumo onnivoro e mai sazio di adoranti cinefili europei.
E poi l’ illusione di vederli questi film distribuiti nei cinema sotto casa (ma un Wong Kar-wai non
fa primavera e l’ illusione presto svanisce). E la gioia di partecipare a una manifestazione come
quella di Udine (gli organizzatori si raccontano in queste pagine) dove l’ amore per quel cinema lo
puoi condividere con un pubblico partecipe. E la certezza di poter inserire “Yi Yi” di Edward Yang
tra le cinque esperienze più significative della mia vita di spettatore cinematografico.
Una trappola emotiva nella quale mi piace scivolare, il desiderio di un mondo possibile finalmente
vicino, denso e fluido al tempo stesso che mi affascina e sorprende sempre. Anche ora, io in una
sala del marché di Cannes, al termine della proiezione di “Mekong Hotel”, mentre mi chiedo
perplesso, dopo aver letto recensioni entusiastiche di critici occidentali che si consegnano indifesi
all’ Autore Orientale, quanto tutto questo sia ancora per me oggi “esotico”.

EDITORIALE Angelo Ceglie

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Distribuzione
  • le sale del circuito

 

 

Contributors

Vito Attolini, Massimo Causo, Carlo Gentile,                                                                                                           Davide Di Giorgio, Franesca Romana Recchia Luciani
Omar Di Monopoli, Francesco Monteleone, Marco Müller, Alberto Pezzotta

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