The Hunter

Recensione

di Giancarlo Visitilli
giornalista

Non si è mai pronti. A nulla. Dinanzi all’imprevedibile, ognuno mette a nudo la sua inadeguatezza. Ma quando ci si può dire pronti alla morte? E’ un pensiero non contemplato. Al di la di qualsivoglia salvatore. Siamo attaccati alla vita. Alla nostra, e la nostra a quella altrui.

Lo sa bene Ali, appena uscito di prigione. Lavora di notte ma cerca di passare tutto il tempo che può con la famiglia. Ha anche ripreso il suo hobby: la caccia. Ma la sua vita viene sconvolta dalla morte accidentale della moglie, colpita da un proiettile durante una sparatoria, e dalla conseguente scomparsa della figlia. La frustrazione e l’orrore crescono a tal punto che, presto, Ali deciderà di imbracciare un fucile e di spingersi oltre il limite.

L’iraniano Rafi Pitts, regista dallo sguardo europeo (fra tanti ha lavorato con Godard), oltre a dirigere, interpreta la pellicola e confeziona un racconto minimalista, asciutto e ridotto all’osso. Lancinante, come le note di chitarra graffiata che accompagnano Ali e lo spettatore nell’abisso del dolore. Tante le chiavi di lettura del film, come sempre accade nel caso del cinema iraniano. Non può mancare, naturalmente, la componente politica, attraverso l’esplorazione della società iraniana contemporanea, resa per mezzo dell’alienazione di un uomo che non riuscirà mai a riscattarsi e quindi sarà destinato a restare a vita colui che non saprà gestire se essere preda o predatore. Pagherà all’infinito. Perché il sistema rigido e totalitario lo impone.

E’ un film intenso, quello di Pitts, soprattutto caratterizzato da una continua e profonda suggestione del racconto, capace di inoltrare lo spettatore fino alle radici profonde di un malessere, che non è mai solo individuale. Tant’è che il ruolo dell’istituzione, per mezzo della polizia, ch’é onnipresente e onnisciente, si fa pedante, strozza e priva d’aria gli esseri umani. Di qui l’esigenza di spazi che, sebbene intricati (il bosco) non sono affatto contrapposti alla giungla di automobili su cui continuamente siamo invitati a posare lo sguardo. In ognuno di questi si avverte la claustrofobia di un potere che opprime, schiaccia, ammazza la dignità, più di ogni altra cosa. Il grilletto, prima di essere azionato, avrà sempre una mente pensante di contro al caso, che interviene quasi sempre senza far avvertire la sua ombra. In tutto ciò Pitts crea suspense che tiene lo spettatore incollato, dall’inizio alla fine. Ci sono momenti di grande cinema: l’inquadratura frontale sul cacciatore che prende la mira tra due alberi, poi lo stacco e soggettiva dal fucile, si vedono due alberi. Fra loro non c’è nulla. Poi due colpi riecheggiano nel bosco: si sa chi spara, non si sa chi sarà colpito. Chi potrà stabilire chi sta dalla parte del bene e chi del male? E il giusto e l’ingiusto? Tutto può dipendere dalla divisa che indossi. Dunque, la vita e/o la morte come la fine di un gioco, in cui ognuno riveste un ruolo. A decidere è il caso. Tant’è che il poliziotto buono dirà ad Alì: “ciò che è accaduto a te potrebbe accadere a me”. Intorno a loro un paesaggio espressionista, caratterizzato da desolazione nei paesaggi, compresi quelli urbani e notturni, dai toni dominanti, soprattutto verdi per gli interni e blu/rossi per gli esterni.

Un film da non perdere, anche perché si tratta di una di quelle rare pellicole che riescono a ridestare il desiderio di rivedersi capolavori di culto, come Quel pomeriggio di un giorno da cani, ma anche Il giustiziere della notte, senza dimenticare un po’ Rambo.

27 giugno 2011

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