Four Lions

Recensione

di Alessandra Levantesi Kezich
critico cinematografico

L’inglese Chris Morris gode in patria di buona notorietà come autore televisivo di satire irriverenti. Così nessuno si è stupito quando ha saputo che aveva realizzato un film comico sui martiri della Jihad: anche se trattasi di idea a rischio per l’ovvio motivo che è assai difficile provocare la risata su dei tipi che fanno saltare in aria se stessi e gli altri. Come è andata? Beh, sono stati in molti a esprimersi in termini di entusiasmo incondizionato per Four Lions, dove si raccontano le controverse vicende di una cellula terroristica di formazione spontaneista. Dei quattro mussulmani decisi a mettere a punto un sanguinario attentato contro la putrida civiltà occidentale, uno è un britannico convertito, mentre tre sono mediorientali inseriti a tutti gli effetti, cittadinanza inclusa, nel paese che li ospita. Tanto che il loro modo di parlare, i loro usi e costumi abbondano di paradossali riferimenti alla detestata cultura del nemico. Tuttavia fin dall’inizio si capisce che, pur sinceramente motivati, i quattro (cui si aggiungerà un quinto velleitario) sono degli imbranati con nessuna dimestichezza di armi e bombe. Durante un’esercitazione in un campo di addestramento afghano li vediamo costretti alla fuga per aver incidentalmente sparato sui loro; e vanno avanti a collezionare danni fino a quando partecipano a una maratona, pronti a morire imbottiti di dinamite sotto buffe maschere da animali di peluche.

Morris e i suoi sceneggiatori conoscono il mestiere: ci sono scene divertenti, attori bravi e non mancano gag sbeffeggianti l’inefficienza dei servizi segreti che beccano sempre la persona innocente. E però la commedia si incarta su un difetto grave. Puoi pure scherzare sul nazismo mentre è in corso una guerra spaventosa come fecero magnificamente Chaplin e Lubitsch con Il dittatore e Vogliamo vivere, ma non c’è alcun dubbio su chi, per loro, fossero «i cattivi». Nel film di Morris invece manca un punto di vista. Umanamente, i protagonisti arrivano persino a suscitare simpatia: e tuttavia si può simpatizzare con chi propugna un bagno di sangue nella moschea per risvegliare la sopita fede in Allah dei credenti trapiantati a Londra? Il messaggio artistico possiede un’ambiguità innata, d’accordo: però, soprattutto a fronte di certi temi, dovrebbe essere responsabile. E la non assunzione di responsabilità diventa errore anche estetico.

tratto da ‘La Stampa’ del 3 giugno 2011

8 giugno 2011

Commenti

L'inserimento dei commenti in questo sito è soggetto a preventiva approvazione ed è moderato per escludere dalla pubblicazione i commenti fuori tema e che risultino offensivi, volgari o calunniosi.
La redazione si riserva il diritto di non pubblicare o cancellare qualsiasi contenuto ingiurioso, volgare, illegale e che non sia inerente all'argomento in discussione.

    Questa recensione non è ancora stata commentata. Puoi iniziare a farlo tu compilando il modulo sottostante.

    Lascia un Commento