Corpo Celeste

Recensione

di Boris Sollazzo
critico cinematografico

“Non è un film sulla religione, sulla Chiesa. È un film che cerca domande, non risposte”. La migliore recensione di Corpo Celeste, forse, la fa proprio la sua regista, Alice Rohrwacher, autrice di un esordio sorprendente e potente. Il film, unico italiano selezionato alla Quinzaine des Realisateurs, è un ritratto inquietante di Reggio Calabria e di un piccolo e inquietante mondo antico che rappresenta molto bene il nostro paese, bigotto e attaccato a ipocrite convenzioni. Un lungometraggio visto ad altezza di una bambina nel suo passaggio all’adolescenza, uno sguardo puro e determinato sulla meschinità di vite impantanate nell’ambizione (il prete, l’ottimo Salvatore Cantalupo già bravissimo in Gomorra) o in sentimenti impossibili (Pasqualina Scuncia, la catechista-perpetua che è la vera grande scoperta del film). Marta è una piccola Caronte in questo inferno di apparenti normalità, cammina attraverso la sua vita con il passo deciso e coraggioso di Yile Vianello e ha la mano ferma, dietro la macchina da presa, di una cineasta che potrebbe avere un futuro eccezionale, continuando su questa strada. “Mi sono laureata in Lettere, poi ho fatto una scuola di documentario a Lisbona: né io né mia sorella (Alba- ndr) abbiamo avuto un’educazione cinematografica, tutto è stato completamente nuovo. Il cinema l’ho scoperto tardi, i miei riferimenti sono prima di tutto letterari e pittorici. Amo il vecchio cinema italiano, Rossellini, e tra i documentaristi Di Costanzo, che con i suoi film da Lisbona mi ha fatto venir voglia di tornare in Italia”. L’opera nasce dal rapporto proficuo con il produttore, Carlo Cresto-Dina, che ha messo in atto con la Rohrwacher una bella sfida. “Mi ha consigliato di cominciare a scrivere qualcosa e così senza partire da una trama precisa siamo andati avanti per cerchi concentrici. Abbiamo scelto un argomento tra i tanti che potevamo scegliere: c’era la politica, gli ospedali, ma noi abbiamo puntato sulla chiesa. Serviva non un argomento qualsiasi, ma uno che aprisse all’epoca, che avesse uno spazio nella contemporaneità. La città di Reggio la conoscevo perché avevo girato là un documentario, mi aveva colpito quel senso di solitudine e abbandono”. Esce fuori una visione stupita e lucida sulla nostra realtà spesso grottesca, senza codardi buonismi. Nessuna tesi preconcetta, sia essa atea o cattolica, ma solo curiosità e sensibilità. “Sono laica e non battezzata. Ma sia io che mia sorella abbiamo ricevuto un’educazione molto spirituale” ci dice, quasi a confermare le nostre impressioni. “Mi sono trasformata in una specie di radiosonda, l’unica cosa che mi ha veramente sorpreso è la l’imitazione dei format televisivi durante il catechismo”. E sono proprio i corsi di preparazione alla cresima il centro narrativo del film. E sconvolge quella hit trash, Mi sintonizzo con Dio, sorta di preghiera collettiva che altro non è che il tentativo disperato di avvicinare alla religione i ragazzi, come se fosse, appunto la fidelizzazione a un programma del piccolo schermo. Un deserto di anime in cui si costruiscono oasi pacchiane per attirare fedeli: non un proselitismo di qualità ma esclusivamente di quantità. Sono dei numeri, come quelli dei voti che il prete raccatta tra affittuari, frequentatori della chiesa e parrocchie vicine. Religione e politica come merce di scambio reciproca. “Il parroco e la questione dei voti? È una cosa che ho visto fare. Non volevo attaccare il Vaticano e comunque non posso mettermi a proteggere il film da ogni attacco. Secondo me quella è rappresentativo della confusione che regna in Italia, dove tutto è mescolato: politica, religione, famiglia”. Scherza sul fatto che anche Nanni Moretti è a Cannes con un film sulla Chiesa. “Sarà che forse in questo periodo si sente il bisogno di parlare di altro che non sia il solito Berlusconi. Il suo film l’ho visto e mi è piaciuto molto”. Cervello in fuga, Alice Rohrwacher, vive a Berlino. Ed è forse anche per questo che il suo sguardo sull’Italia è così illuminante e disturbante, dolce e allo stesso tempo ruvido. Un’opera speciale, un gioiello che dimostra, dopo Nadine Labaki e Jodie Foster (ottimo il suo The Beaver), che il cinema al femminile è una risorsa sempre più importante. Cannes la coltiva, laddove il mercato ancora la ignora.

tratto da ‘Liberazione’ del 18 maggio 2011

8 giugno 2011

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